La sostenibilità ambientale

L’impegno sulla sostenibilità ambientale del settore si sviluppa principalmente su quattro macro-aree strategiche d’intervento in coerenza coi principi dell’Economia Circolare:

  • uso efficiente degli input di base (energia, acqua)
  • piena valorizzazione delle materie prime agricole in tutte le loro componenti
  • eco-progettazione del packaging e corretta gestione ambientale post-uso
  • prevenzione degli sprechi alimentari e gestione delle eccedenze

Per quanto riguarda specificamente il frumento tenero, gli impatti sono dovuti prevalentemente a fertilizzanti (sintetici o naturali che siano), all’irrigazione se esistente, ai trattamenti antiparassitari ed al gasolio per le macchine agricole.

Gli impatti del molino sono ridotti e dipendono sostanzialmente dall’energia elettrica. Ha anche un basso impatto in termini di rifiuti generati, anche perché i suoi sottoprodotti vengono normalmente utilizzati dalle industrie mangimistiche, realizzando così un chiaro esempio di economia circolare.

 

Secondo stime recenti, la popolazione mondiale passerà dagli attuali 7,3 miliardi a circa 9,7 miliardi entro il 2050, per poi superare gli 11,2 miliardi entro il 2100. Il nostro Pianeta potrebbe non essere in grado di sostenere la crescente pressione antropica conseguente alla crescita demografica prevista: i cambiamenti demografici avranno infatti un impatto significativo sulla domanda alimentare globale, in particola­re sulle principali soft commodities2, quali mais, riso e grano, e per fronteggiare adeguatamente tale fenomeno occorrerà adottare su scala globale modelli sostenibili di produzione e di consumo, in grado di far fronte al crescente fabbisogno della popolazione mondiale e, nello stesso tempo, garantire la competitività dei sistemi agroalimentari nel rispetto dell’ambiente e delle comunità territoriali.

Per impatto ambientale di un prodotto o di una produzione s’intende sia quanto esso “pesa” in termini di consumo di risorse naturali (per esempio acqua o territorio), sia quanto produce in termini di emissioni dannose (prima tra tutte la famigerata Co2 principale responsabile dell’effetto serra che sta causando il cambiamento climatico). Qualunque attività umana, seppure con livelli diversi, produce un impatto ambientale.

La produzione di energia e il riscaldamento delle abitazioni, insieme ai trasporti, sono in testa nella classifica delle attività dannose. Mentre è meno noto che il cibo, e tutta la filiera agroalimentare coinvolta nella sua produzione, si attesta su livelli analoghi se non addirittura superiori. Dobbiamo ricordare che ogni prodotto alimentare che arriva sulle nostre tavole ha un suo impatto più o meno significativo che deve essere valutato al fine di mettere in campo le azioni necessarie a ridurlo.

Oggi tutte le aziende, comprese quelle agroalimentari, sono chiamate a intervenire sulle loro attività per ridurre l’impatto ambientale. Non è un compito semplice perché il valore di un intervento a favore dell’ambiente viene riconosciuto dal mercato e quindi anche dal consumatore solo nel caso in cui il prodotto finito sia percepito come migliore, ad esempio perché contiene meno residui chimici. La realtà, come sempre, è però molto più complessa.

Prendiamo il caso in cui si debba scegliere tra un prodotto con water footprint basso, ma coltivato in un paese lontano e che quindi richiede tragitti più lunghi per il trasporto (incidendo negativamente sul carbon footprint) e un prodotto “a chilometro zero” ma coltivato in una zona più arida (e quindi con waterfootprint alto). Oppure tra OGM che possono (almeno per un certo periodo) stabilizzare le rese ma hanno alti impatti ambientali per il tipo di agricoltura (intensiva) che essi richiedono, e agricoltura biologica che non fa uso di prodotti chimici di sintesi e, a fronte di una performance ambientale nettamente migliore, richiede tecniche agronomiche estensive e rotazioni delle colture.

La Commissione Europea (2013), nell’ambito dell’iniziativa «Single market for Green products», ha lanciato una serie di iniziative volte a ridurre i costi aziendali e la confusione dei consumatori di fronte alla molteplicità di  certificazioni ambientali ed etichette ecologiche  oggi  presenti, proponendo la definizione di una metodologia  per la misurazione della prestazione ambientale dei prodotti nel ciclo di vita denominata Product  Environmental Footprint (PEF).

La metodologia PEF prende spunto ma non ha l’obiettivo di essere completamente conforme agli standard LCA  (ISO 14040/14044) e alle dichiarazioni ambientali di tipo III (ISO 14025)

L’obiettivo primario delle PEF è di consentire il confronto tra gli impatti ambientali di prodotti diversi, attraverso  lo sviluppo di Regole di Categoria di Prodotto (PEFCRs), specifiche.

 

Per rendere facilmente comprensibili e comunicabili i risultati degli studi LCA si utilizzano indicatori di sintesi che consentono di rappresentare in modo aggregato e semplice gli impatti ambientali. Nella filiera agroalimentare sono generalmente tre gli indicatori utilizzati per controllare l’impatto: le emissioni di gas  serra, il consumo di acqua e il territorio utilizzato per produrre le risorse.

Il Carbon Footprint (impronta carbonica), calcola l’impatto, espresso in termini di emissione di anidride carbonica equivalente (CO2eq), associato alla produzione di un bene o di un servizio lungo l’intero ciclo di vita del sistema indagato. Per la sua semplicità in termini di comunicazione e comprensione, questo indicatore è il più usato nelle attività di divulgazione pubblica. Nel calcolarlo sono sempre considerate le emissioni di tutti i gas a effetto serra, il cui contributo è determinato da due fattori: la quantità emessa e il suo fattore d’impatto misurato in termini di Global Warming Potential.

Il Water Footprint è un indicatore che misura, in litri o metri cubi, l’acqua dolce consumata per realizzare un prodotto, sommando tutte le fasi della catena di produzione. È definito anche “contenuto d’acqua virtuale” perché tiene conto sia dell’acqua impiegata in fase di produzione (contabilizzata attraverso i consumi diretti), sia di quella utilizzata per produrre le materie prime necessarie (consumi indiretti).

L’Ecological Footprint (impronta ecologica) è un indicatore che permette di misurare la superficie terrestre o marina (biologicamente produttiva) necessaria a fornire le risorse consumate e ad assorbire i rifiuti prodotti, in rapporto alla capacità della Terra di rigenerare le risorse naturali.

Fra le Etichette ambientali di tipo III, così come definite dalla ISO 14025, oggi comunemente  conosciute con l’acronimo EPD, rientrano le Dichiarazioni Ambientali di Prodotto. Si tratta di dichiarazioni, documenti, con i quali le aziende rendono pubblici gli impatti dei propri prodotti. Una EPD necessita che venga svolta un’analisi di LCA conforme a una serie di requisiti fissati per ogni  specifica categoria di prodotto (PCR, Product Category Rules).

Le EPD richiedono una verifica esterna (di terza parte), la certificazione, mediante il quale un organismo di  accreditato ed indipendente dichiara che un determinato prodotto, processo servizio, sistema qualità  aziendale è conforme alle norme o agli standard ad esso applicabili.

 

Il molino è generalmente un impianto molto “semplice” e pulito nel quale l’impatto ambientale dipende sostanzialmente dall’energia elettrica. Ha anche un basso impatto in termini di rifiuti  visto che gli scarti vengono normalmente utilizzati dalle industrie mangimistiche.

L’unico impatto consistente è a monte della filiera agricola e deriva prevalentemente dall’uso dei fertilizzanti sintetici o naturali che siano, dall’acqua, quando i campi sono irrigati, e dal gasolio per le macchine.

Come esempio  un chilogrammo di farina ha un carbon footprint  pari a 594 grammi di Co2, corrisponde a 10 mq di ecological footprint e 1.850 litri di water footprint  cioè la sua produzione richiede quasi 2.000 litri d’acqua  e corrisponde a 10 mq di ecological footprint.

Negli ultimi anni, il settore cerealicolo si è trovato ad affrontare la grande sfida del cambiamento climatico, un fenomeno che interessa l’intero sistema agricolo, producendo impatti significativi sia diretti che indiretti. Le sue conseguenze si riflettono sulle colture, sulla fertilità dei suoli, sul benessere animale e sulla diffusione di patogeni, compromet­tendo la produttività agricola e la sicurezza alimentare globale.

Per il grano, ogni grado centigrado di aumento della temperatura globale è stato associato a una riduzione della resa compresa tra il 6% e il 10%, con un impatto variabile in funzione di diversi fattori, tra cui la specie, l’ecotipo, la varietà coltivata, la posizione geografica e le tecniche colturali adottate.

Oltre a causare un calo della produttività agricola, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia crescente per la salute delle coltu­re, favorendo l’ampliamento dello spettro di parassiti e patogeni – tra cui muffe patogene e tossigene, nonché insetti nocivi, in particolare nei cereali – e determinando un potenziale aumento della frequenza e del­la gravità delle fitopatologie. Per contrastare tali criticità, è necessario adottare strategie diversificate volte a migliorare il potenziale produttivo del grano e ad aumentarne la tolleranza agli stress biotici e abiotici.

 

“Produrre di più con meno risorse” è in sintesi il cambio di paradigma che il sistema agricolo è chiamato ad adottare nei prossimi anni per assicu­rare quantità, qualità, sicurezza e sostenibilità delle produzioni agricole in uno scenario in rapida evoluzione in cui le risorse sono limitate e costose (in particolare suolo ed acqua, prodotti fitosanitari, carburanti fossili, energia), la domanda di cibo è in aumento e le “anomalie climatiche” mettono a rischio le produzioni alterando le stagioni e gli areali di crescita e le carat­teristiche qualitative e quantitative dei prodotti agricoli.

L’agricoltura di precisione permette di migliorare la gestione delle colture e ottimizzare i processi produttivi attraverso il monitoraggio costante dei parametri agronomici (di campo e ambientali) rendendo così possibile:

  • ottimizzare la rese colturali, grazie anche a una gestione più accurata delle risorse
  • ridurre l’impatto ambientale, minimizzando l’uso di fertilizzanti e pesticidi chimici
  • garantire la sicurezza alimentare: L’adozione di modelli predittivi basati su Intelligenza Artificiale e l’impiego di sensori permettono agli agricoltori di rilevare tempestivamente stress delle colture o la presenza di malattie. Ciò consente di intervenire precocemente, riducendo il rischio di danni estesi alle colture e garantendo una maggiore sicurezza alimentare

La maggior parte delle materie prime agricole richiede una prima trasformazione per essere impiegate in un processo produttivo. L’esempio classico è quello dei cereali che, per essere impiegati, vanno prima macinati in un molino. In questa fase gli impatti sono calcolati considerando i consumi di energia e acqua necessari a far funzionare il molino.

In questa fase, la materia prima viene trasformata nel prodotto finito. L’impatto ambientale deriva dai consumi di energia e acqua dello stabilimento di produzione e varia secondo la tipologia e la quantità di prodotto lavorato, e l’efficienza dell’impianto di trasformazione. I consumi comprendono l’energia utilizzata per far funzionare le linee di produzione e quella necessaria per garantire la refrigerazione.

In base alla normativa vigente “Tutti i prodotti realizzati con qualsiasi materiale di qualsiasi natura da utilizzare per il contenimento, la protezione, la manipolazione, la consegna e la presentazione dei beni, dalle materie prime ai beni trasformati, dal produttore all’utilizzatore o al consumatore. Anche gli articoli non restituibili utilizzati per gli stessi scopi sono considerati imballaggi”.

Il prodotto alimentare viene trasferito dallo stabilimento di trasformazione al punto di distribuzione e vendita, con un impatto ambientale che dipende dal tipo di mezzo di trasporto e dal numero di chilometri percorsi. L’impatto ambientale di questa fase è piuttosto modesto rispetto alla coltivazione e produzione; è rilevante solo per gli alimenti a basso impatto complessivo, come ortaggi e frutta, se trasportati per lunghi tragitti o con mezzi di trasporto con emissioni elevate, come l’aereo.

Le tecniche di cottura utilizzate sono molto diverse tra loro e quindi è diverso anche il loro impatto ambientale. Influiscono la ricetta, il tipo di preparazione e le attrezzature casalinghe o professionali. Gran parte dell’impatto dipende inoltre dal mix energetico messo a disposizione dal fornitore di energia elettrica, diverso secondo il paese o la regione in cui il prodotto viene consumato. La cottura domestica può avere un impatto in termini di emissioni di CO2 anche superiori rispetto all’intera filiera di produzione e trasporto del prodotto stesso.

 

I rifiuti prodotti dagli imballaggi sono parte integrante della filiera di produzione alimentare e il loro  impatto sull’ambiente  deve essere quindi correttamente valutato.

Lo smaltimento di un imballaggio a fine vita è  complesso  perché tiene conto  di quanti e di quali materiali  è fatto il prodotto,  del comportamento del consumatore e dei processi di smaltimento.

In ogni caso sono tre i destini finali di un imballaggio: il riciclo,  il recupero energetico e/o la discarica.